L'industria italiana resiste meglio delle altre alla crisi delle forniture

Anche a settembre, pur rallentando leggermente, la nostra manifattura è stata tra quelle più dinamiche


I dati di settembre di Markit Economics e del J.P. Morgan Global Manufacturing PMI (acronimo che non significa piccole e medie imprese ma Purchasing Manager Index) sono molto incoraggianti per l’industria manifatturiera italiana, che continua a crescere a un buon ritmo nonostante un contesto internazionale divenuto negli ultimi mesi sempre più complesso.


Sappiamo, purtroppo, che tra gli effetti indotti dalla pandemia e dai ripetuti lockdown vi è stato un aumento dei prezzi internazionali delle materie prime e uno sfilacciamento nelle reti globali delle forniture di componenti e semilavorati, con forti strozzature dal lato dell’offerta che stanno determinando rallentamenti in molte produzioni, soprattutto di massa. Anche in Italia, alcune industrie come quella cartaria hanno lanciato nei giorni scorsi un grido di dolore: infatti, come in una tempesta perfetta si sono impennati contemporaneamente i prezzi delle materie prime, dell’energia e dei trasporti, facendo crollare i margini delle imprese, specie nel comparto degli articoli in carta per usi domestici e sanitari. Un altro importante settore come quello dell’auto sta incontrando severi problemi di produzione a causa della carenza di componenti, il che ha determinato un temporaneo crollo delle consegne.


In definitiva, materie prime ed energia più care, balzo all’insù del costo dei noli, ritardi nelle forniture di componenti, l’inflazione che rialza la testa un po’ ovunque: sono tutti bastoni che minacciano di infilarsi in modo insidioso nelle ruote della ripresa mondiale.


Tuttavia, diversamente da altre grandi economie, l’Italia sta resistendo meglio anche a questa ulteriore ondata di problemi provocata dal Covid-19. Infatti, l’indice PMI globale della manifattura (che se superiore alla soglia 50 registra una crescita mese su mese da parte di una nazione) mostra che, sul campione di circa una trentina di importanti Paesi analizzati, anche a settembre la manifattura italiana è stata tra quelle più dinamiche. Pur rallentando leggermente (scendendo dal livello 60,9 di agosto a 59,7 a settembre), il PMI manifatturiero dell’Italia rimane tra i più sostenuti al mondo. Precisamente è il quinto più alto in assoluto (si veda la figura) e il secondo tra le 16 maggiori economie industrializzate del G20, subito dopo il PMI manifatturiero degli Stati Uniti. Ciò si spiega non solo con la nostra accresciuta competitività venuta consolidandosi negli ultimi anni. Ma anche col fatto che il modello industriale italiano, con la sua struttura di piccole, medie e medio-grandi imprese e la sua specializzazione in “nicchie” di qualità e di elevato livello tecnologico, è molto flessibile e appare in questo momento meno vulnerabile rispetto ad altre manifatture più basate della nostra su grandi imprese e produzioni di massa, dove le strozzature negli approvvigionamenti di semilavorati e componenti stanno fortemente impattando sulla continuità delle produzioni.


Occorre considerare che il Purchasing Managers’ Index (PMI)® elaborato da Markit Economics è la media tra i seguenti indici (con i loro relativi pesi): Nuovi ordini 30%, Produzione 25%, Livello d’impiego 20%, Tempi di consegna dei fornitori 15%, Giacenze degli acquisti 10%, essendo l’indice dei tempi di consegna invertito in modo che si muova proporzionalmente. A settembre l’indice PMI manifatturiero di altri Paesi europei è diminuito assai più del nostro. La Germania, ad esempio, ha visto sprofondare il proprio indice dal 62,6 di agosto a 58,4 in settembre. La grande industria tedesca dell’auto e della meccanica, pur continuando ad espandersi appare particolarmente colpita dai colli di bottiglia delle forniture internazionali di componenti, tra cui quelli elettronici. Anche il PMI manifatturiero della Francia, altra economia caratterizzata da una prevalente presenza di grandi imprese, è diminuito a settembre al livello di 55 rispetto al 57,5 di agosto.


Per contro, il PMI dell’Italia, dopo aver iniziato il 2021 a gennaio in nona posizione a livello mondiale, è salito all’ottavo posto in classifica a febbraio, al quinto a marzo per poi stabilizzarsi tra il sesto e il settimo posto nei cinque mesi successivi da aprile ad agosto e infine risalire di nuovo al quinto posto a settembre. Un andamento brillante e costante che dimostra la robustezza e la continuità della nostra ripresa nel comparto industriale.


Sappiamo già dall’Istat che la nostra produzione manifatturiera è cresciuta ufficialmente molto bene a luglio, smentendo i diffusi timori di un possibile calo. Quello di luglio ormai è un dato acquisito. Adesso, un attendibile indicatore qualitativo basato su interviste come il PMI manifatturiero elaborato da Markit Economics ci dice che nonostante una leggera frenata la nostra industria dovrebbe aver continuato a crescere significativamente dopo agosto anche a settembre. Tutto ciò è molto beneaugurante e induce ad un razionale ottimismo perché significa che a questo punto il PIL italiano del terzo trimestre potrebbe aumentare nuovamente in maniera significativa col potente supporto combinato di manifattura, edilizia residenziale, ripresa del turismo e dei consumi privati. Quattro importanti assi nella manica che potrebbero replicare l’ottimo andamento della nostra economia già verificatosi nel secondo trimestre. E, dunque, se questo scenario dovesse concretizzarsi, l’obiettivo di un aumento del PIL italiano del 6% quest’anno si potrebbe ulteriormente avvicinare, confermando in pieno le aspettative della Nadef.



Fonte: https://www.huffingtonpost.it/entry/lindustria-italiana-resiste-meglio-delle-altre-alla-crisi-delle-forniture_it_61595a26e4b05040d1dbb88f